Indietro all’Indice
tuberosaLe tuberose
 
   Cristina amava moltissimo i fiori e nella sua grande villa ne coltivava di ogni tipo: gerani, margherite, tuberose, ciclamini, gardenie. Tra tutti, le sue preferite erano le tuberose, perché erano anche le predilette della madre che le aveva insegnato ogni cosa su quei fiori.
Addirittura le aveva parlato di una poesia scritta da M.A. Raffalovich nel 1885 e che recitava così: Della Tuberosa io canto, e della regina dei prati;
un fiore più bianco della fervente colomba
il cui profumo, come battiti vitali, sembra accendere
il magnetico ardore dell’intrepido amore.
O ricordo, o presente sentore
La tua vitale fragranza, mia perfetta Tuberosa!Cristina era una signora simpatica, anche se non proprio bella.
Aveva gambe e piedi sottili che formavano un contrasto marcato con il resto del corpo florido; il seno era prosperoso e le braccia vigorose come quelle di un bracciante agricolo.
Si truccava con poca abilità: la bocca piccola la disegnava a forma di cuore e di color vermiglio, ma il rossetto era spesso sbavato.
Gli occhi, sempre ombreggiati d’azzurro, erano truccati all’ingiù e le conferivano un’espressione di mestizia. Le ciglia erano naturalmente lunghissime.
Stava spesso all’aria aperta e portava un foulard di chiffon che le proteggeva i capelli dalla polvere e dal sole.
La sua villa era meravigliosa, sembrava un vivaio sempre pieno di piante e fiori stupendi. Gli odori e i profumi erano soavi e deliziosi.
Cristina curava personalmente le sue adorate piante e se si accorgeva che qualche fiore non era sbocciato nella giusta stagione, si preoccupava e prendeva provvedimenti. Infatti, aveva studiato e continuava a studiare tutto ciò che riguardava la botanica.
Quando gli uccelli il mattino cantavano, lei sapeva se si trovassero tra i fiori di pesco, oppure sugli alberi di magnolie.
In primavera, le numerose piante di gardenia esalavano un odore delizioso e talmente penetrante da far girare la testa. Tutti quei fiori e tutte quelle piante facevano parte integrante della sua vita.
Spesso si era ritrovata a conversare con le piantine di geranio e le era parso che esse rispondessero. Per esempio, aveva raccomandato loro di far buona guardia contro le zanzare. I fiori di geranio rosa, rossi e bianchi, avevano piegato la corolla in segno di assenso, ma forse spinti dal vento. Cristina non avrebbe saputo dirlo.
C’era una grande aiuola nella sua villa, dove si trovavano due cespugli gemelli di Lantana Camara.
Questa pianta è originaria delle zone tropicali dell’America e presenta foglie ellittiche di colore verde scuro. Il colore dei fiori tende a scurirsi col passare dei giorni passando dal bianco al giallo e al rosso mattone.
Un giorno Cristina si accorse che uno dei due cespugli era pieno di parassiti e i fiori ne erano tutti infestati. Pensò di potarlo interamente per evitare che fosse infestato anche l’altro cespuglio.
Appena prese le cesoie e cominciò a recidere alcuni fusti, vide con la coda dell’occhio, che la pianta gemella si era come accartocciata, tremava. Credette d’aver visto male e sgranò gli occhi, ma il cespuglio vibrava come scosso dal vento.
I fiori si erano richiusi, mentre poco prima erano tutti aperti e bellissimi. Cristina capì che la pianta temeva di subire la medesima sorte di quella infestata. Lei continuò la sua opera di potatura senza più far caso a nulla, imperterrita. Dopo alcuni mesi, a primavera, vide germogliare e rifiorire la lantana che aveva potato e di nuovo le due piante gemelle erano rigogliose e belle.  
Una notte, mentre fuori raffiche impetuose di vento fischiavano e facevano scuotere gli alberi, fu assalita da incubi e sognò che si trovava in cucina, una stanza molto grande e piena di pentole. Eppure non era la sua cucina, anzi non l’aveva mai vista.
Nel sogno, una donna stava impastando il pane e chiacchierava con lei affabilmente. Cristina non riusciva a vederla in viso. A un tratto suonarono alla porta e la donna andò ad aprire.
Quando tornò, recava in mano un fascio di fiori. Disse che li aveva mandati la madre di Cristina. Era un mazzo di tuberose stupende e profumatissime.
“Non è possibile!” esclamo Cristina – “Mia madre è morta. Non può averli mandati!”
A questo punto, la donna l’aveva guardata con dolcezza, aveva sorriso e aveva detto: “ Ma perché? Forse che non sono morta anch’io?”
Cristina si era svegliata di soprassalto e aveva ripensato alla madre morta quando lei aveva diciotto anni.
Era stata il suo idolo, la sua amica, la compagna di giochi, e perderla era stato un trauma, un dolore terribile e inconsolabile.
Il giorno successivo, passeggiando tra le siepi e le aiuole fiorite, Cristina ebbe la sorpresa di trovare dei fiori di tuberose che lei non aveva piantato.
Come se non bastasse, quel giorno era il suo anniversario di matrimonio e il marito le inviò un fascio enorme di tuberose profumatissime tutto circondato da abbondante capelvenere.